VI. / ZZZ / IL SONNO

Davide Finotti:

SONNO———–der doppelganger

 CREPUSCOLO——-immagine1

1——–Prima di lanciarsi nel buio sonno prepara la camera, letto pronto, luce soffusa (abat jour?).
Sdraiati a letto e fatti una foto del volto di fronte con la nuca adagiata sul cuscino, occhi aperti, immagine di te sull’orlo del precipizio.
2——–ascolta questa traccia (meglio prepararla prima in modo da non avere distrazioni con pubblicità o altri rumori, forse è da preferire l’ascolto in cuffia)

3——–lanciati nel buio sonno. Elettroencefalogramma. Buona fortuna.

ALBA————-immagine 2/doppelganger

1——–appena apri gli occhi fatti una foto del volto di fronte con la nuca adagiata sul cuscino, immagine del tuo doppelganger sul fondo del precipizio.

CHI È IL TUO SOSIA? COME È IL TUO SOSIA?

2——–invia le foto sul gruppo. (Ditemi l’orario in funzione dell’inizio della sessione di meditazione se la fate, o datemi indicazione su un orario.)
3——–disussione col sosia (da fare assieme in sala prove, in cerchio, in 7 o in 14????o qui sul gruppo se non vi vedete)

Alcuni spunti: Quanto ha lavorato la musica nel buio sonno?quanta traccia di essa è presente sul tuo volto? (O sul volto del doppelganger?)
I sogni sono stati influenzati da essa?dal sosia?

Francesca Pennini

In fondo a tutto.

Ultimo giorno.

Nel buio.

Cercare la luce ma desiderare il buio.

La meditazione orchestrata da Carmine prolifera dentro di me in un immaginario da lager nazista.

Entro, percorro il muro della sala prove uno. Riconosco la canarina e penso di essere nella finestra al centro ma prescindo dal fatto che non stavo considerando un’altra canarina identica. Credo di essere in un altro punto della sala.

Mi spoglio. Nascondo il telefono dietro ad un termosifone e mi convinco di aver sistemato le mutande in un allestimento igienico (ingenua).

Mi sposto a quattro zampe con un discreto senso di vulnerabilità. 

Inizio piantandomi un pezzo di porcellana della tazzina in un ginocchio.

Poi mi affetto un pezzetto di dito. Dal bruciore nel contatto con il mondo realizzo che sta sanguinando. Lo assaggio. Sì, sta sanguinando.

Devo cercare la luce. Delle luci artificiali cambiano nello spazio, come delle torce. C’è una luce che vibra con ritmo stroboscopico. Mi da molto fastidio, inizio a sentire la nausea e mi chiedo se si innescherà di nuovo l’epilessia.

Emicrania istantanea.

Le luci si spostano. Mi rendo conto che noi siamo nudi a terra ma qualcuno (Carmine) ha gli occhi aperti e ci sta vedendo.

Mi sento un po’ tradita da un lato. Inizio a osservare con interesse la spiacevolezza della situazione, vorrei cercare il buio ma le istruzioni mi dicono di seguire la luce. Lo faccio con un po’ di resistenze. Immaginario di allevamenti di bestie, film horror, lager, torture perverse. The OA? The Human Centiped? Tocco la mano di qualcuno.

Finisce, iniziamo yoga nudi.

È meno strano del previsto. C’è un caldo incredibile e la penombra toglie crudezza ai corpi.

Le nostre sveglie, che ciascuno ha messo a caso, suonano quasi tutte assieme.

Piano piano ci carichiamo ed esplodiamo in diagonali dinamiche con can can esagerati e un tango sopra le righe con tanto di facce e tensioni alle mani.

Divertente.

Prima di pranzo vediamo alcune immagini sfuse.

Camminate in gruppo con toc toc dei tacchi: nulla di interessante tranne l’effetto rabdomanzia sonora.

Dobbiamo lavorare parecchio sulla presenza. Vorrei vedere l’immagine dello sciame con un gruppo molto più ampio di persone.

Freeze fight: funziona. Da capire uscita ed eventuale spogliamento.

Vorrei cambiare la dinamica spaziale delle danze. Che sia orchestrazione loop del gruppo. Un pic nic epico cavalleresco.

Vestiario viola in mezzo al resto: funziona. Da provare anche quello argento.

Mi convinco della necessità di un corpo che rimane addormentato in scena per tutto il tempo.

Il pomeriggio giriamo un video con la camera 360.

Total scommessa.

Mi è piaciuta molto l’immagine dei salti nudi sopra alla camera, figure censurate dalla dinamica.

Mi sono piaciuti anche i vaffanculo in camera.

Da tenere assolutamente il personaggio di Angelovaldo che sorride, con gli occhiali rossi in fronte.

Gli occhiali sulla sua fronte funzionano come i pallini degli occhi finti sulle ali delle farfalle.

La task su chi siamo, da dove veniamo, cosa facciamo:

Siamo archei.

Una forma di vita scoperta da poco. Talmente poco che il correttore me lo segna errore.

Il Teatro Comunale è il nostro pianeta. È tutto il pianeta.

In questo pianeta non si cammina sul bordo, ma si vive nella profondità, dentro.

È come una biglia.

La sua connessione con l’Altro, il fuori, non è sulla superficie esterna. L’esterno è nel centro del pianeta. È un foro, come una pupilla, da cui si vede il mondo degli umani.

La camera 360 al centro della platea è questa pupilla.

È la stessa pupilla che c’è sul fondo del palco, l’occhio di Filipposauro da cui gli alieni guardano i terrestri.

Seguo la consegna del Maestro Finotti in stato semi-comatoso.

Bello ascoltare il brano nella penombra, con aria fresca e suoni che arrivano dalla finestra.

Non so se ha influenzato il mio sonno.

Rifletto sulla dimensione del sosia prima e dopo il sonno.

Penso alla giornata come una lunga inspirazione e alla notte come una lunga espirazione.

Alle facce del consuntivo e a quelle del preventivo, quelle con addosso il passato e quelle con il volto del futuro.

Incredibile come la notte faccia da reset. Il buio tra le scene di pericolare era un po’ questo. 

Piccolo stato di incoscienza che permette di ripartire da zero.

Gute nacht.

Bella sessione. Bella settimana.

Bellissime immagini.

Sono contenta dei training e della nostra assiduità.

Contentissima del vostro contributo alle sessioni mattutine e alle task varie.

Grazie.

Teodora Grano:

Stanotte credo di aver sognato una specie di remake della scena del funerale con la pianta nel culo ma non gli mettevano vegetali addosso: ci sfilavamo ciocche di capelli. È stato orrendo. Mi ricordo ancora la sensazione dei capelli che si sfilano dal cuoio capelluto. Perdere i capelli è il mio incubo. Spesso negli incubi mi capita che qualcuno me li tagli a tradimento. Il più delle volte una donna. Quasi sempre con un coltello a falcetto . 

Oggi ho lavato i vestiti di Manifesto Cannibale, li ho messi tutti sullo stendino: i bianchi da un lato, i pantaloncini neri dall’altro. Su alcune maglie qualcuno aveva sudato il rossetto . Sudare rosso potrebbe essere una nuova forma di manifestazione di imbarazzo. In generale fare una lavatrice su certi pianeti significa: giorno libero. Sul mio è così da anni. Infatti mi piace fare la lavatrice. Significa quasi sempre domenica. 

Non ho avuto modo di parlare col doppelgänger ma negli ultimi mesi della mia vita ho parlato spesso da sola a casa. Soprattutto la sera. Soprattutto in corridoio e in bagno. 

Ieri ho inventato una vocina che canticchia Schubert. Sembra la voce del cugino It. Abbastanza buffa. Un po’ inquietante . Forse era il doppelgänger.

A cena Francesca fa: che strana vita facciamo. 

La segno nelle frasi celebri. Perché è vera. 

Se dovessi raccontare a qualcuno cosa facciamo mi sentirei un alieno.

Invece mentre siamo lì mi sembra molto più assurdo fare la spesa. 

Gli direi: “mah guarda di lavoro noi facciamo tutte le cose che una persona dotata di buon senso non farebbe mai. Tipo percepire un luogo come un pianeta a parte, smontare delle luci nudi, infilarsi una mela in un tacco e mangiarla, far cantare un registratore al posto di un cantante, e altre cose che non ti sto a spiegare.”

Mi domando cosa ha pensato il cameriere del 4S quando ci ha servito il caffè mentre guardavamo il video di noi nudi sul tavolo del bar. Secondo me il suo cervello ha insabbiato l’immagine e l’ha rimossa 4 secondi dopo. 

La questione del cervello di ieri è stata la cosa più inquietante della settimana. Diventerà il mio prossimo incubo dopo il cono di luce. Credo che la fisica e le neuroscience siano state inventate dal diavolo. Altrimenti non si spiega.

Carrellata finale:

Contrasto altissimo nella scala di grigi.

La Saturazione dei toni caldi nel tropico, Umidità: 200%.

Walkers of the edges. 

Sparare a vista contro i satelliti terrestri.

Mutande: centro di gravità permanente. 

I wanna be your dog dei Sonic Youth. 

Rem: rapid eye movement or raptus ending match or raptor epic monster or rip eastern man or run echo mail.

Non credo di riuscire a trattenere tutto quello che vorrei. Ci vorrebbe una stenografa, un archivio immenso, un uomo con una memoria da 7000TB 

Finisce con un senso di familiarità. 

Molto forte. Con tenerezza.

Angelo Pedroni:

Il palco trasforma le cose. La scena le trasforma. Ma anche in prova, si proietta l’attesa dello sguardo altro che si appoggerà sul mondo e che cambierà tutto. Parlare di un’altra specie magari è fuori luogo. Ma di un altro habitat, quello non sembra per niente sbagliato. Come se vi infilassero in una foresta amazzonica all’improvviso e il vostro corpo esplode di ricezione e presenza, il qui e ora totale, che magari c’è un serpentone, ma pure cose belle (che pure i serpentoni sono cose belle). L’importante è sentirsi sempre degli intrusi, non possedere mai, restare sul bilico dell’insicurezza che magari questa volta no, la coreografia, non te la ricordi. L’ultimo giorno di palco ha tutto il sapore di uno strano saluto. I corpi nudi son scomodi per yoga. O almeno, le palle son scomode, per tutto. Le indicazioni si sovrappongono, siamo tutti in balia di eventi che abbiamo generato, ma che non controlliamo. Ancora una volta proviamo a trasformarci, cava un senso, cambia i vestiti, truccati e non ci pensare. Fai che cammini e basta, ma è strano, nessuno riesce a farlo abbastanza giusto. Mi ricordo Synecdoche New York (che avrò scritto male sicuro)…un tizio cammina per strada, il regista del mondo gli passa accanto “le persone non cammina così”, lui torna indietro colpevole ci riprova, a più riprese, “e se faccio così? Guarda questo…” e fa sempre più schifo. La magia si è rotta, non riesce nemmeno a camminare. I personaggi invece ci sembrano stare benissimo e cominciano a spuntare come se si osservasse uno strano corollario di stranalandia. Facciamo una vita strana. Va là!! Finisce con un buco aperto verso un’altra dimensione. Un altro esperimento riuscito solo a metà. Torno a casa con la sensazione che si stia attraversando veramente un territorio di cui non possiedo granché e di cui capisco relativamente poco. Teniamo duro, non accendiamo la luce e spalanchiamo le orecchie.