VI. 11 ottobre

Simone Arganini

Quando pensi di avere trovato delle risposte, cambiano le domande. E quindi anche le risposte.

Nel tempo però si possono accumulare risposte. E a volte torneranno domande a cui si era data risposta.

Una lunga e larga inclinata superficie.
Un flash di sonno, o di risveglio.
Fluttuare tra questo momento e chissà cosa altro.
Dove sono, da dove arrivo?
Ma che minchia sto facendo qui? 
Immaginare di essere grande.
C’è sempre lui in fondo, cavolo sempre impegnato mi sa.
Ormai la casa è la transizione prima di tornare in scena. 
È molto forte, non ecologica, ma a fine giornata ci vuole proprio. 
Il mio papà al telefono, mi ricordo un’altra dimensione. 
Spero solo di non dare fastidio agli altri.
Qualcuno salta più vicino. Profuma.
Texture nera e arancione mi avvolge.
Beigiolino invivibile sarà l’ultima cosa.
Poi sonno.

Teodora Grano:

542. Le stagioni sono un tradimento. L’unica ribellione è l’equatore. Il clima temperato è una bugia. Il nostro movimento si chiama post tropismo. 

Oggi in macchina Alberto ci ha raccontato del nonno che faceva il carrettiere, e portava il vino dalla provincia di Venezia fino a Torino o Milano e ci metteva settimane col carretto a fare questi viaggi, e indossava il tabarro: la mantella di lana cotta con il bavero alto. E dai viaggi in città portava cose esotiche tipo una banana. Sua mamma ha visto la prima volta una banana a 7 o 12 anni, non ricordo. Ed è partito per la guerra che la moglie era incinta ed è scampato alle camere a gas perché aveva le braccia grandi da bracciante e lo hanno messo a fare i binari. Quando è tornato il figlio aveva 6 anni e quando lo ha visto arrivare gli ha tirato un cavallino di legno ed è scappato perché la madre gli aveva insegnato che davanti alle divise doveva scappare e lui era in divisa. L’anno dopo è nato il padre di Alberto, nel 46. 

Se non fosse stato per le braccia muscolose del nonno oggi Alberto non ci sarebbe stato.

In macchina stamattina Davide ci raccontava di cosa aveva mangiato in un agriturismo sull’Appennino (funghi porcini trifolati) e raccontava che continuavano a suonare i campanelli e lui stava per impazzire perché gli veniva da freezzarsi e Simone fa: “Non siamo molto diversi dai cani.”

Schubert è morto a 31 anni di sifilide. É come se io fossi morta nel 2018. Invece sono ancora qui. 

I testi della Winterreise li ha scritti Muller (che comunque è morto a 33 anni. Come se io fossi morta l’anno scorso. E invece sono ancora qui). Le prime 12 poesie le aveva pubblicate nel 1823 su Urania (sarà la stessa collana di fantascienza? Non credo). La seconda parte invece l’ha pubblicata in maniera meno ordinata perché avevano vietato la pubblicazione di Urania per colpa sua! Aveva scritto un articolo su Byron. Tutta colpa dell’Impero. 

Cosa ci insegnano queste storie? Niente. Basta cercare un insegnamento nelle storie! Basta col cercare un senso! Una narrazione. Perché non cerchiamo altro? Non sono ancora passate di moda queste cose? Forse no. 

Ah. Chissà cosa farebbe un Impero di fronte a questo problema. 

Probabilmente qualcosa di punitivo e fine della storia. Bella morale. Davvero.

A proposito della Winterreise

LISTA DEI 24 LIEDER.

Tradotto da Google. Con alcuni errori suppongo. Interessanti però. 

Buonanotte (“Mi sono trasferito da straniero” …) D.911-1
La banderuola («Il vento gioca con la banderuola») D. 911-2
Lacrime congelate («Gocce congelate cadono») D. 911-3
Freeze (“Guardo invano nella neve”) D. 911-4
Il tiglio (“Alla fontana davanti al cancello”) D. 911-5
Piena d’acqua (“Alcune lacrime dai miei occhi”) D. 911-, 6
Sul fiume («Che tu ti sia precipitato così allegramente») D. 911-7
Retrospettiva (“Brucia sotto entrambi i piedi”) D. 911-8
Fuoco fatuo (“Nelle più profonde profondità rocciose”) D. 911-9
Rast (“Solo ora mi accorgo di quanto sono stanco”) D. 911-10
Sogno di primavera (“Ho sognato fiori colorati”) D. 911-11
Solitudine (“Come una nuvola nuvolosa”) D. 911-12
Die Post («Un corno di posta suona dalla strada») D. 911-13
La testa invecchiata (“Il cerchio aveva un bagliore bianco”) D. 911-14
Il corvo (“Un corvo era con me”) D. 911-15
Ultima speranza (“Qui e là sugli alberi”) D. 911-16
In paese (“I cani abbaiano, le catene sferragliano”) D. 911-17
Il mattino tempestoso («Come si è squarciato il temporale») D. 911-, 18
Inganno («Una luce danza gentile davanti a me») D. 911-19
Il cartello (“Cosa sto evitando i sentieri?”) D. 911-20
La taverna (“Su un campo morto”) D. 911-21
Coraggio (“Se la neve mi vola in faccia”) D. 911-22
I soli secondari (“Ho visto tre soli nel cielo”) D. 911-23
Il Leiermann (“Oltre dietro il villaggio”) D. 911-24

Vorrei fare un talk inter nos questa settimana in cui Davide tiene una mini conferenza interna su Schubert. Mi piacerebbe. Probabilmente il prossimo training che dirigo noi facciamo preparazione atletica fino a morire e lui parla. Magari assimiliamo le informazioni trasudandole. Una specie di fotosintesi col sudore. Secondo me è un format interessante. Sollevamento pesi e discussione filologica. Squat e esistenzialismo. Il mio osteopata dice che lo fa. E infatti è un grande. Quindi sembra che la combo funzioni. 

Oggi finalmente hanno acceso il riscaldamento. Addirittura a un certo punto abbiamo chiesto di spegnerlo. Tutti avevano delle deliziose guancine rosse (lo so fa cagare ma non ho resistito a scrivere questa cosa delle deliziose guancine, come direbbe una generica zia a un lattante) . Sembravano appena struccati post Manifesto Cannibale. Oppure sembravano tutti usciti da una sessione di sesso fatta bene. In ogni caso si lamentavano tutti. Del caldo. E fino all’altro ieri del freddo. Insomma. Non troviamo pace a livello termico. Probabilmente non esiste uno stato di equilibrio assoluto nemmeno nella termodinamica. In ogni caso l’autunno ci ha traditi. Siamo passati dalle mezze maniche alle giacche di pecora. E come ogni anno e come ogni cambio di stagione ci lamentiamo. Io vorrei fare come le piante. Seccarmi. Mi sembra che impattino meglio. Ma le piante quando vogliono lamentarsi come fanno? E soprattutto noi abbiamo strumenti adeguati per capire i loro messaggi? Ovviamente no. Anche se sono sicura che abbiamo scritto svariati articoli speculativi su come comunicare con le piante. Io a scanso di equivoci cerco di essere sempre gentile con loro. Soprattutto vista la mia intenzione di reincarnazione. Voglio farmi una buona reputazione tra di loro. 

Comunque oggi l’unica riflessione sull’argomento sensibilità termica che sono riuscita a chiudere è che è evidente che siamo esseri progettati per l’estinzione. Troppo sensibili alla temperatura. 

Mentre salivamo verso San Luca in macchina c’era un ragazzo in bici con una felpa con su scritto:

ANTI FIGHTERS 

FIGHTERS CLUB

Davide Finotti

Daniele mi ha detto che le giraffe non possono piangere…. Questo perché non hanno le ghiandole lacrimali. Sostanzialmente non possono essere né tristi né essere eccessivamente felici, quindi piangere di gioia. Una sorta di vita neutra, tutta basata su una discreta felicità. Come sarebbe vivere così?

Carmine Parise

Siamo esseri fragili

Amavo un cannibale
Che chiamava Annibale
Un giorno mi baciò
Le labbra mi mangiò
Nei giorni di sereno
Mangiava gambe e seno
Un triste giovedì
Il naso mi inghiottì
Eppure eppure i baci suoi
Ricordo con ardor
Quei baci non dimentico
D’amore e di dolor
Lo rividi una domenica
Pregare a un simulacro
Poi subito, volgendosi
Mangiarmi l’osso sacro
Piangendo calde lacrime
Stringevo i suoi ginocchi
Ma Annibale, famelico
Sdegnò soltanto gli occhi
Annibale, ricordami
Io penso, penso a te
Coi denti tuoi dolcissimi
Ti sento sempre in me

Emma Saba

THINGS HAVE THE VALUE YOU FUCKING GIVE THEM

Stamattina mentre ero sul primo e unico autobus che sono riuscita a prendere ho cercato di guardare con gli occhi di Tea. Ha funzionato ma poi mi sono accorta che c’era sciopero e ho interrotto il gioco. 

La mia camera da adolescente è stata imbiancata e sono sparite tutte le scritte e citazioni che avevo scritto tra i 13 e 18 anni su un muro della mia camera. 

Proverò a ricordarne qui qualcuna.

“L’indipendenza, che è la mia forza implica la mia solitudine, che è la mia debolezza” Pasolini (un po’ mainstream ma non una delle peggiori).

“E gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità” Andreotti a sua moglie nel “Divo” di Sorrentino. Chissà cosa mi aveva attirato in questo commento romantico sessista? 

Poi mi ricordo due bellissime frasi di Simone De Beauvoir da Letà forte, che era il mio libro preferito al tempo. Non le so più a memoria purtroppo. Parlavano entrambe di feste. Una finiva con “per questo ogni festa è patetica, perché celebra (…) nel (…) dell’avvenire.”

Nei prossimi trattati potrei andare avanti con gli altri punti del mio manifesto adolescenziale.

Francesca Pennini

La telepatia è il pensiero al microscopio. 
Il micropensiero.
Arriva alla fine del linguaggio.

Fianco sinistro.
Saliva fredda sul cuscino.
Coltivazioni cristalline chimicamente diverse agli angoli degli occhi, del naso, della bocca.
Ciglia all’uncinetto.
Palpebre trasparenti.
Perché le palpebre si gonfiano dopo il pianto?
Mi piace pensare che gli occhi si gonfino dopo il pianto perché le lacrime non trovano l’uscita e si fermano lì. Piccola risacca, piscina, gavettone.
È sempre la vescica a svegliarmi. 
Ora non mi alzo più alle 4:45 esatte come gli scorsi anni. 
Doccia fredda, yoga, yogurt vegetale scaduto. 
Cerco la data di scadenza degli altri ed è dopo il debutto.
Rabbrividisco a questa imminenza di futuro nel mio frigorifero. 
Chissà su quale fondo, su quale retro, è impressa la nostra data di scadenza. Che in inglese è expiring. Spirare. 
Una piccola lapide scritta in anticipo, come una promessa.
Alcune tracce di esperimenti estremi. 
Il sangue su tutti i polpastrelli e lo smalto su tutte le unghie.
Il sapore di ferro e di mare dei propri liquidi.
Preparo tutto senza sapere dove dormirò stanotte. Riduco al minimo necessario. 
Sono seduta sul divano in pelle con le gambe incrociate. 
Racconto del ringhiare del cane a tre teste che sto portando a guinzaglio. 
Mi fanno chiudere gli occhi per tenerlo a bada. 
Sotto alle palpebre c’è un mondo che amo, che conosco. Nessun timore in queste tenebre.
Esco da un esperimento di recupero atavico con la prova empirica che il mascara waterproof non è davvero waterproof.
Compaiono memorie cancellate. Sgorgano. Secrezioni. Segreti. Cose visibili solo al buio. 
Archeologia fluorescente.
Pranzo con gli avanzi in un termos sul marciapiede accanto alla macchina e mi metto alla guida un po’ sotto shock. 
Arrivo a Bologna e ho sonno, tantissimo sonno.
Proviamo un altro filato. Io sempre sotto al lenzuolo. 
Tutto è un’allucinazione. In quell’altrove non riesco nemmeno a trattenere i pensieri. 
Fallisco quasi tutto. 
Uscire dal lenzuolo e vedere la sorpresa immobile che mi si apre davanti come un rebus tridimensionale è una chiamata all’essere presente, al prendersi tempo. Al generarlo. 
Quello che trovo è bellezza. 
Loro, gli Altri, sono bell*
Sempre.
Emma e Davide credono che dovrei cantare la canzone di Laura Betti a cappella.
Nell’ottica di un dilettantismo totale e della massima impreparazione ha senso.

Coraggio.

Dopo una cena sparpagliata giochiamo a The Mind Extreme. Esercizio di telepatia.
Esercizio di micropensiero… Abbandonare il navigatore ottuso del linguaggio, la soluzione comoda, per leggere i dettagli in quel modo più profondo che resta nell’indicibile.
Forse se non parlassimo per molto molto tempo saremmo tutti telepatici. 
Facciamo una serie incredibile di carte perfettamente ordinate alla cieca. Leggiamo le durate, le tensioni, la densità delle mani che posano le carte, gli angoli della bocca, la geografia dei ventagli, i millimetri di sopracciglia. 
Vocabolario senza legenda.
Ora nel buio della stanza. Simone lampeggia appena. 
Carmine è solo un volto blu, la sua ombra appuntita sul muro. Io altro fantasma nello specchio. 
Scriviamo questa cosa, entrambi credo. 

Ora io invio… chissà se siamo abbastanza telepatici da farlo assieme.

Buona notte cannibali. 

Mi addormenterò pensando alla donna che allatta il vitello. 
Come sarebbe il cioccolato al latte di donna?
Potremmo preparare un pasto con sostanze umane. Grottesco ma possibile. 
Uno sconsigliabilissimo risotto mantecato allo sperma.

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